3, come il numero di Grandi Giri in cui si assiste ai momenti più iconici della storia del ciclismo. 8, come il numero di corridori che sono riusciti a completare la tripletta Tour de France-Giro d’Italia-Vuelta. Tra di essi, figura adesso anche Jonas Vingegaard, il campione danese che incarna l’ideale del “vincente silenzioso” che associa una pacatezza e una moderazione nei toni a una potenza vigorosa nell’andamento sui pedali.
Mai in discussione
Il Giro d’Italia 2026 è sempre stato affare del danese. Mai, nel corso delle tre settimane di corsa, si è infatti avuta la sensazione che il suo trono potesse vacillare. Ciò si è tradotto in un Giro che ha visto l’assenza di un confronto – alla stregua di quello tra Isaac Del Toro, Simon Yates e Richard Carapaz – tale da impreziosire la manifestazione tenutasi sulle strade italiane. Uno scenario che, per la verità, tutti gli appassionati e gli addetti ai lavori avevano paventato, ponendo tra le poche variabili il ruolo di Giulio Pellizzari, il cui Giro è stato dominato da una serie di problemi fisici che ne hanno impedito il percorso auspicato.
Ad inseguire il danese si sono, così, trovati l’austriaco Felix Gall e l’australiano Jay Hindley, compagno di squadra di Pellizzari alla Red Bull-Bora. Il distacco del secondo (05:22) e del terzo (06:25) è tutto un programma: Vingegaard è stato il padrone del Giro.
Nell’Olimpo
Con il netto successo sulle strade italiane, il classe 1996 ha conquistato il suo quarto grande giro. Alla vittoria di questa stagione si aggiungono, infatti, i due Tour conquistati nel 2022 e nel 2023 e la Vuelta vinta nel 2025.
Il danese raggiunge, con questo traguardo, sette corridori che albergano nell’Olimpo del ciclismo grazie al Triplete che li ha visti protagonisti nel corso della propria carriera: i francesi Jacques Anquetil e Bernard Hinault, il belga Eddy Merckx, lo spagnolo Alberto Contador, gli italiani Felice Gimondi e Vincenzo Nibali e il britannico Chris Froome.
Il parallelismo
Ciascun vincente entra nella storia non solo attraverso i suoi successi, ma anche per la maniera in cui essi si concretizzano. Nel caso di Vingegaard, ad emergere è una personalità calma e riflessiva, connotata dalla cifra della compostezza e depurata dalla volontà di dare spettacolo mediante la propria condotta sui pedali. Lungi dal rappresentare una cifra stilistica giusta o sbagliata – ciascuno ha il proprio modo di intendere il comportamento di uno sportivo – il modo di porsi del danese rappresenta, comunque la si pensi, il riflesso di una verità e autenticità che traspare indipendentemente dal contesto privato o professionale in cui egli si trova ad agire. Se si volesse individuare un parallelismo, si potrebbe fare riferimento al caso del calciatore croato Luka Modric, vincitore del Pallone d’Oro nel 2018. Anche il classe 1985 di Zara, come Vingegaard, ha sempre mostrato una comunicazione senza eccessi e una mentalità principalmente orientata al risultato.
A testimonianza di un fattore che occorre riconoscere nella sua interezza: non esistono modi prestabiliti per vincere e fare la storia nello sport. La grandezza dei Vingegaard e dei rivali più estrosi, come il campionissimo sloveno Tadej Pogacar, non si misura nella forma, bensì nella sostanza delle proprie imprese.
Riconoscere questo aspetto, evitando di richiedere un modello predefinito di condotta su un campo di gioco o sulle strade di una grande corsa a tappe, sarebbe un primo passo importante per entrare nell’ottica della realtà moderna.

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