L’ineffabilità: quando una sensazione non si può spiegare

Il termine ineffabilità indica l’impossibilità di esprimere a parole qualcosa, perché troppo
grande, profondo, complesso o sublime per essere descritto con il linguaggio.
Deriva dal latino ineffabilis, composto da in– (“non”) e effabilis (“che può essere detto”).

È esattamente questa la sensazione che i tifosi della Fiorentina stanno provando nella stagione 2025/2026.
Come si può spiegare, a chi non l’ha vissuto in prima persona, un tracollo così rapido di una
squadra che a maggio si giocava contro il Real Betis l’accesso alla finale di Conference League, e che il 4 novembre è ultima in classifica, senza allenatore, senza direttore sportivo e con un caos totale in società?

L’estate delle illusioni

Per capire, è necessario fare un passo indietro.
Il 12 luglio 2025 la Fiorentina annuncia ufficialmente che il nuovo allenatore sarà Stefano Pioli, ex tecnico del Milan, chiamato a sostituire Raffaele Palladino, dimessosi tra lo stupore generale a causa un rapporto conflittuale con il direttore sportivo Daniele Pradè.

Il ritorno di Pioli genera reazioni contrastanti tra stampa e tifosi.
C’è chi avrebbe preferito un allenatore più giovane e innovativo, come Francesco Farioli, chi è
scettico davanti all’ennesimo ritorno di una figura già vista sulla panchina viola, e chi invece è
soddisfatto di aver preso un tecnico che ha vinto uno scudetto, conosce Firenze e porta esperienza. Tutto sommato, non si respira grande malcontento: l’atmosfera è di speranza, e il mercato sembra procedere bene.

Arrivano diversi nuovi acquisti, i migliori calciatori della scorsa stagione vengono confermati e il livello complessivo della rosa si alza.
Certo, qualche operazione fa discutere: due acquisti forse troppo onerosi per il loro reale valore, come quelli di Piccoli e Sohm, e la mancata conferma di giocatori come Cataldi e Adli, che molti tifosi avrebbero voluto rivedere in maglia viola.
Ma la squadra c’è, anche se non perfetta.

L’inizio del crollo

La stagione comincia però nel peggiore dei modi.
Le prestazioni sono deludenti, la squadra propone poco e i risultati non arrivano.
Si alternano pareggi contro avversari modesti come Cagliari, Torino e Pisa, e sconfitte contro
squadre attrezzate come Como, Napoli, Roma e Milan.

I tifosi non ci stanno: pretendono di più da una rosa tra le migliori del campionato, e non accettano una posizione di classifica così bassa.
Anche opinionisti e giornali si dividono. Da un lato si sottolinea il momento nero della squadra; dall’altro si punta il dito contro i tifosi, accusati di essere troppo ambiziosi e di esercitare una pressione eccessiva sul gruppo e sull’allenatore.

Ma è davvero questa la stessa tifoseria che, anche secondo la stampa, solo pochi mesi fa aveva permesso a giocatori come Kean, Fagioli, Cataldi e Adli di overperformare grazie all’ambiente relativamente sereno di Firenze, in confronto alle piazze di Roma, Torino o Milano?
È davvero sbagliato che la tifoseria della quinta squadra per punti fatti nella storia della Serie A chieda, alla settima stagione di presidenza Commisso, di occupare quella posizione?
Dal 2019 a oggi, Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio, Atalanta e Bologna hanno tutte giocato la Champions League o vinto almeno un trofeo.
La Fiorentina è rimasta l’unica a mani vuote, e la sensazione è che nelle gerarchie del calcio italiano stia finendo persino dietro al Como.

La paura di sbagliare

La Fiorentina non riesce a vincere, e i giocatori appaiono demotivati, nervosi, quasi paralizzati dalla paura di sbagliare.
Un episodio emblematico arriva nel finale di Fiorentina-Bologna: i viola sono sotto 0-2, provano ad attaccare ma con scarsi risultati, Dallinga segna il terzo gol: game over.
I ragazzi di Pioli vengono salvati dal VAR, che annulla il gol per fuorigioco.
La squadra nel finale reagisce con il cuore e, approfittando dell’espulsione di un ingenuo Holm e di due rigori a favore, recupera una partita che sembrava persa.

99’ minuto, sui piedi di Dodô arriva la palla del 3-2, servitagli da un non perfetto intervento di
Skorupski. Il terzino brasiliano calcia incredibilmente fuori, triplice fischio.
Pioli resta in panchina, ma la Fiorentina perde anche a San Siro contro l’Inter.
Poi arrivano delle dimissioni, ma a dimettersi è Daniele Pradè, non l’allenatore.

Il caos totale

La Fiorentina affronta quindi il Lecce in casa, in una partita fondamentale, ma la storia non cambia. Poche occasioni, tanto nervosismo, poca lucidità, e alla fine il Lecce non perdona, e vince 0-1. I viola sono ultimi in classifica.

L’ultima volta che, dopo almeno dieci giornate di Serie A, la Fiorentina aveva occupato questa
posizione risale al 1938.
In Italia c’era al potere Benito Mussolini, in testa al campionato l’Ambrosiana-Inter di Giuseppe Meazza, e a metà classifica una squadra chiamata Sampierdarenese, che di lì a poco avrebbe cambiato nome in Associazione Calcio Liguria.
Insomma: nella storia recente, una cosa così non si era mai vista.

Il giorno successivo arriva l’esonero di Stefano Pioli, ufficializzato però solo due giorni dopo la partita con il Lecce per divergenze economiche sulla buonuscita.
Parte così il toto-allenatore e il toto-direttore sportivo.

Per il ruolo di DS si parla di Giuntoli come opzione più logica e auspicata, ma circolano anche altri nomi. Alla fine, viene promosso Roberto Goretti: l’ennesima soluzione interna, percepita dai tifosi come l’ennesimo “tappa-buchi”, più dettata dalla necessità che dal merito.

Per la panchina, invece, si fanno i nomi di Vanoli e De Rossi, mentre qualcuno sogna Thiago
Motta
, ipotesi però quasi impossibile dato lo scenario tecnico ed economico.
Qualcuno addirittura parla di Roberto Mancini, ma dopo tanti ritorni, Firenze sembra averne
abbastanza.
Poi spunta un nome a sorpresa: Roberto D’Aversa.
Un’ipotesi che inizialmente fa sorridere, poi preoccupare.
Tre esoneri consecutivi alle spalle, ma i giornali scrivono che si trova a Firenze, pronto a firmare. Sui social esplodono sconforto, incredulità e rassegnazione.
Ore dopo, la trattativa salta per volontà di Goretti, che affida momentaneamente la squadra al
tecnico della Primavera, Daniele Galloppa.

L’ineffabilità

Ma torniamo al punto di partenza.
Come si spiega tutto questo a chi non l’ha vissuto?
Non si spiega.

Un tifoso viola, oggi, si ritrova ultimo in classifica, senza dirigenza, senza allenatore, giudicato dal resto d’Italia come troppo pretenzioso e costretto a convivere con lo stesso senso di frustrazione già provato troppe volte: nella finale di Roma, nella finale di Praga, nella finale di Atene, e nella notte del Franchi contro il Betis.

È difficile spiegare da un punto di vista sociologico, come un tifoso che ha vissuto tutto questo possa ancora mantenere la speranza e avere la forza prendere la sciarpa e farsi 800km per andare a Magonza di giovedì sera.
Eppure, è proprio questa la cosa più assurda:
la speranza, e l’amore per la maglia, sono le uniche cose che un tifoso viola non perderà mai.


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