Ici c’est Paris

Come si dice in questi casi “il bis è servito”. Per il secondo anno consecutivo il Paris Saint-Germain è campione d’Europa. Nella notte di Budapest, o per meglio dire nel pomeriggio visto l’inconsueto orario d’inizio fissato alle 18 italiane, la Coppa dalle grandi orecchie è stata di nuovo sollevata al cielo da Marquinhos e compagni che, come lo scorso anno, si sono dimostrati essere la squadra più forte e completa del pianeta.
È stata senza dubbio la Champions di Kvaratskhelia, autore di 10 gol e 6 assist nell’intera competizione e che anche in finale ci ha messo il suo zampino, procurandosi il rigore poi trasformato da Dembélé che ha permesso al PSG di ristabilire la parità in una partita che si era maledettamente complicata da subito per via del gol di Havertz con cui l’Arsenal si era portato avanti dopo appena 5 minuti di gioco.
È stata la Champions anche di Luis Enrique che ancora una volta con le sue intuizioni a dir poco geniali è riuscito a prevalere sulla concorrenza. Se l’anno scorso il Paris ci aveva fatto vedere un nuovo modo di battere il calcio d’inizio, lanciando la palla lunga in fallo laterale così da salire subito in pressione nella metà campo avversaria, quest’anno abbiamo assistito ai rilanci apparentemente sbagliati di Safonov. Questo schema ha permesso alla squadra francese di imbrigliare il gioco spumeggiante del Bayern Monaco in semifinale e di far aprire la difesa solidissima dell’Arsenal una volta che il risultato era tornato in equilibrio. Il merito di Luis Enrique è comunque anche quello di aver creato un gruppo coeso e disposto a remare all’unisono verso l’obiettivo. Delle volte tra il genio e il folle ci passa una linea sottilissima e l’allenatore asturiano ha dato prova di saper camminare in perfetto equilibrio su quel filo. Con questa diventano tre le Champions nella sua bacheca e ciò gli consente di poter ormai sedere al tavolo dei più grandi allenatori di sempre.

Nel mezzo di questo tripudio parigino è giusto soffermarsi anche sull’avversario sconfitto. L’Arsenal ha fatto una Champions straordinaria arrivando a un centimetro dal paradiso, poi diventato inferno dopo il rigore tirato alle stelle da Gabriel. È il bello e il brutto del calcio e i Gunners lo hanno sperimentato in questi ultimi venti giorni dove sono passati dal giubilo collettivo per un titolo in Premier League che mancava da 22 anni alla cocente delusione di essersi fatti scappare la prima Champions della loro storia. E così, quasi come se fosse tutto già scritto, sotto gli occhi attenti di Arsène Wenger e Thierry Henry presenti in tribuna si è consumato lo stesso beffardo destino vissuto dalle due storiche leggende dell’Arsenal vent’anni prima, nel 2006, quando il Barcellona sfilò alla squadra londinese la gioia di una Coppa che continua ad essere maledetta.
Ovvio che un rigore sbagliato di troppo non può e non deve cancellare il lavoro fatto da Arteta in questi ultimi anni che ha portato in dote non solo una Premier, ma anche la consapevolezza che l’Arsenal è tornato prepotentemente a far parte dell’élite del calcio mondiale.

Si chiude così la stagione calcistica 2025/2026 con i festeggiamenti del Paris contrapposti alle lacrime amare dei tifosi Gunners. In una partita sicuramente molto intensa, ma che non possiamo definire spettacolare dal punto di vista del gioco, l’immagine più bella della serata e di questa Champions ci è stata regalata dal capitano del PSG Marquinhos che ancora prima di andare a esultare con i suoi compagni si è fermato ad abbracciare Gabriel, rincuorandolo dopo l’errore fatale dal dischetto. Un gesto semplice, spontaneo, ma che non siamo più abituati a vedere in un calcio sempre più svuotato dei suoi giusti valori. Un gesto quasi dovuto verso il proprio compagno di nazionale. Un gesto da capitano. Un gesto da uomo.

In ultima istanza, non può passare sotto traccia il fatto che quella di quest’anno sia stata la prima finale di Champions non trasmessa in chiaro in diretta. Questo deve porre una seria riflessione su cosa stia diventando il calcio, nato per essere lo sport del popolo e ora sempre più ingabbiato nelle logiche del business.


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