“Io e Sivert saremmo dovuti andare a sciare alle 9 di quella mattina. Stavo andando a prendere le chiavi della macchina per prendere sci e bastoncini, e poi l’ho trovato senza vita nella stanza. È stato uno shock totale“. Inizia così il toccante racconto a TV 2 di Johan-Olav Botn, biathleta norvegese, sulla tragica morte del suo collega e compagno di stanza Sivert Guttorm Bakken avvenuta il 23 dicembre a Lavazè, in Trentino.
L’evento è di quelli che creano una frattura tra passato e presente, incidendo sul modo in cui si affrontano la vita e lo sport. E la reazione ad esso può assumere molteplici forme: dal fermarsi al continuare il proprio lavoro senza interruzioni, consapevoli comunque di come nulla sarà più come prima. Botn, nel caso specifico, ha sin dall’inizio dimostrato di voler optare per la seconda strategia, manifestando la propria intenzione di prendere parte alla prima tappa di Coppa Del Mondo – successiva alla tragedia – prevista ad Oberhof a partire dall’8 gennaio.
Un proposito che il norvegese non è riuscito a soddisfare, a causa di un malanno, ma in lui è rimasta con forza la convinzione di trasformare il dolore in una manifestazione concreta della volontà di rendere compartecipe Bakken dei suoi nuovi trionfi.
Una vittoria che funge da modello
Quale occasione più consona delle Olimpiadi di Milano-Cortina, nel contesto di una competizione che non lo aveva incoronato sul gradino più alto del podio? Botn ha scelto lo scenario ideale per regalarsi la vittoria più significativa, ed emozionante della carriera, ma anche la maniera più evocativa di manifestare il legame vero e autentico che lo associava a Bakken. Classe 1999, Olav, classe 1998, Sivert Guttorm: un lungo percorso trascorso insieme, tra allenamenti, gare ad alta tensione e momenti di leggerezza vissuti l’uno accanto all’altro. Con la vittoria all’individuale maschile, prima gara non a squadre delle Olimpiadi 2026, Botn ha rafforzato un concetto che molti sportivi ritengono intrinseco al proprio modo di approcciare le competizioni, e la vita in generale: il miglior modo per ricordare e onorare una scomparsa segnante è garantire la miglior versione possibile di se stesso nell’agone sportivo di riferimento. Con le dita puntate verso il cielo, una volta acquisita la consapevolezza del successo finale, a suggellare in maniera concreta un legame destinato a perdurare in eterno.

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